Archivio delle Categorie: Pessimismo

Harmony

Seduto sul treno della metropolitana di piazza Abbiategrasso, a Milano. Di fronte a me c’è una signora anziana. Fuori ci saranno circa trenta gradi, con l’aria che è una condensa di scirocco e sudore. Lei è vestita come se il nostro maggio fosse quello del calendario australiano: berretto di lana, camicia di flanella, maglione e giacca. Se ne sta rannicchiata a leggere un romanzo rosa della serie Harmony. Ha l’occhio stretto e liquido, tipico di chi sta soccombendo alla commozione. O almeno così mi pare. Arrivati a Porta Genova se ne va come se stesse camminando per la prima volta nella sua vita: lentamente e senza curarsi di tutto il resto. Sto male e ringrazio l’Atm di avermi portato via da lì.

Colonna sonora: Stella Diana, “Shohet”


Novanta si chiama così

Notti magiche

Novanta si chiama così perché è il numero che simboleggia la paura, e la paura è un sentimento che scandisce ogni decisione che conta. Novanta si chiama così perché negli anni Novanta difficilmente una persona senza arte né parte come me avrebbe potuto incidere dei brani. Novanta si chiama così perché negli anni Novanta Layne Staley era ancora vivo. Novanta si chiama così perché c’erano i Red House Painters, i My Bloody Valentine e gli Slint, perché il post rock stava nascendo, perché il grunge era fenomenale e perché la mia adolescenza andava a velocità Pumpkins. Novanta si chiama così perché sognavo di diventare il nuovo Rexanthony. Novanta si chiama così perché l’Italia di Azeglio Vicini resta una delle squadre di calcio più forti di tutti i tempi, e perché le notti magiche erano magiche per davvero. Novanta si chiama così perché nella seconda metà degli anni Novanta a Palermo la mafia sembrava in difficoltà. Novanta si chiama così perché Silvio Berlusconi è entrato a gamba tesa nelle nostre vite durante gli anni Novanta, e dopo tanto tempo è il caso di cambiare. Novanta si chiama così perché nasconde una motivazione goliardica che fomenta le risate mie e dei miei amici quando ci ritroviamo davanti a un buon bicchiere. Novanta si chiama così perché muove gli stessi elementi che animavano nel ’97 le mie prime prove con i 2 Young 2 Die: un misto di sfiga e negazione. Novanta è un progetto che non ha alcun tipo di obiettivo se non quello di togliere un po’ di ragnatele dalla mia chitarra.

Colonna sonora: Novanta, “La musica batte solo sul due”


Novanta

E’ la prima volta che decido di fare tutto da solo. E non so che tipo di risultato posso ricavarne. Il progetto si chiama Novanta. L’intenzione è di finire un ep di quattro brani entro la primavera. Al momento ho circa tremila arpeggi di chitarra che devono trovare un senso logico e una ragione d’essere. “La paura fa” è il primo pezzo che ho allevato e per me ha un significato particolare, perché l’ho composto durante un periodo particolare. Non so che prospettive può avere un progetto simile. Però ho ripreso in mano la chitarra dopo tanto tempo, e questo per me è importante. Potete ascoltare il brano in streaming o scaricare l’mp3, se siete così masochisti da ascoltarlo con l’iPod. Che musica è? Immaginate i Red House Painters senza Mark Kozelek. Con tutto quello che ne consegue in termini di qualità.

Colonna sonora: Novanta, “La paura fa”


Da bere


A Milano, periferia est, ci sono una serie di enormi spazi grezzi e industriali dove il belmondo di tanto in tanto si riunisce per celebrare la propria riuscita sul pianeta. Bisogna indovinare quale di questi padiglioni è quello giusto. I fiocchi di neve riescono a incunearsi tra collo e camicia solleticando la pelle come granelli di ruggine appuntita e congelata. La strada è buia, le pozzanghere danno del tu alle scarpe e la spalla sinistra sta gemendo per la borsa a tracolla che, dopo mezzora, sembra contenere tutto il peso della vita. Fortunatamente una minigonna accompagnata da un paio di tacchi sfrontati mi indica la via. Tappeto rosso come se Hollywood fosse residente in via Mecenate. Gorilla vestiti da pinguini. Una porta si apre.

Io che devo stare lì per lavoro mi muovo come se fossi un imbucato alla festa del potere. Doveva essere una serata di beneficenza per Stefano Borgonovo e invece è solo una sfilata di fiche e testosterone. Ancora non capisco bene il mio ruolo. Il taccuino lo tengo in mano ma resterà praticamente illibato per tre ore, finché non me ne andrò. Vedo le zeppe orripilanti di Fiammetta Cicogna. Alcuni residui bellici del grande fratello si muovono disinvolti come se le telecamere fossero ancora tutte per loro e non per i luccicanti eredi. Non conosco quasi nessuno di questi tizi che sbiancano il sorriso col flash dei fotografi. Mi giro i pollici in attesa di qualcuno di decente da intervistare. Borgonovo non c’è, il tempo fuori – pessimo – aveva suggerito invano a tutti di restare a casa. Alla fine fermo Riccardo Montolivo e la chiudo qua.

Mi guardo intorno e penso che non è cambiato niente. Siamo sempre nella vecchia Milano da bere, quella di Craxi, del debito pubblico esploso, di Tangentopoli. Oggi la città affoga nel veleno, i cosiddetti vip sono mezze calzette senza arte né parte e a me viene il sangue marcio mentre mi faccio i conti in tasca.

Colonna sonora: Akira Kosemura, “Garden”


Canicola

Milano d’estate è un forno. Aprire tutte le finestre di casa non serve. La corrente è inesistente. Il ventilatore va a destra e a sinistra come un tergicristallo. Ma anziché portare un po’ di sollievo si limita a scaraventarmi addosso l’afa delle 15 che ristagna nell’aria. Per strada, poi, è ancora peggio. Il caldo rende l’asfalto un budino grigiastro che registra il viavai di tacchi a spillo e copertoni di automobili. Bastano cento metri a piedi perché il sudore lasci sulla schiena ampi segnali del suo passaggio.

In effetti detesto questo periodo dell’anno in cui a portare avanti la baracca sono solo gli immigrati e i precari. Domani sarei dovuto andare a Barcellona. Invece no. Siamo al 15 luglio e vorrei che fosse il primo gennaio per azzerare tutto e ricominciare daccapo. Poi però penso al quinto posto del Palermo e ai gol di Miccoli. E allora mi rendo conto che, tutto sommato, non è andata così male.

Colonna sonora: The Books, “Beautiful people”


Poco ma sicuro

Dopo un sacco di tempo, più o meno quanto un governo Prodi, ho ripreso la chitarra in mano. Ne sono usciti due pezzi. Uno fa più schifo di un Felipe Melo che passeggia su Robben. L’altro è bellissimo. Lo dico perché tanto non lo ascolterete mai e quindi non potrete smentirmi!

Colonna sonora: Moque, “Volume dentro”


Good time for a change


Pedopornografia?!

STOP!! PAGINA INTERDETTA DAL CENTRO NAZIONALE PER IL CONTRASTO ALLA PEDOPORNOGRAFIA SULLA RETE INTERNET

The Shield: sbirri corrotti, non pedofili

L’orario, in effetti, è di quelli ambigui. L’una di notte. Quando la gente dorme il sonno dei giusti e i pervertiti hanno campo libero per qualsiasi nefandezza. Io voglio vedermi “The Shield” attraverso uno di quei siti che cominciano per “link” e finiscono per “streaming”. Illegalmente, lo ammetto. Fuori piove, io non ho sonno e su internet ho appena visto un’immagine che mi ha probabilmente rovinato il finale della quinta stagione.

Nelle cuffie il nuovo dei Broken Social Scene ancora da valutare e apprezzare. Sotto il sedere una poltrona a sacco colore arancione fluorescente. Davanti a me un libro di Stephen King boccheggiante: la saga della Torre Nera non mi ha preso per niente. Vorrei comprare “La strada” di McCarthy se non fosse per il prezzo aristocratico che Einaudi continua a propinare da tre anni. Vedremo se ad arrivare per prima sarà l’edizione economica del romanzo o la mia promozione ad articolo uno (ovvero redattore a tempo indeterminato).

Insomma, apro Firefox, clicco sull’indirizzo e, oplà, pagina bloccata per pedopornografia dalla polizia postale. Io sgrano gli occhi come se mi avessero beccato col sorcio in bocca. “Ma che cazzo sta succedendo?”, penso. “Volevo vedere un telefilm!”. Una scritta mi avverte che “nessun dato relativo al tuo ip address od altra traccia utile ad identificarti verrà registrato”. Bella forza, ci manca solo un “per stavolta ti sei salvato, vecchio porco” e siamo a posto. Un freddo colpevole e vigliacco aggredisce il mio ano. Già mi immagino come Alberto Stasi, con la foto dei miei occhi azzurri e guardinghi sbattuta in prima pagina sulla “Stampa” manco avessi ucciso Laura Palmer.

Dovessero arrestarmi, almeno voi saprete come sono andate realmente le cose. In carcere portatemi una torta di mele. E una lima.

Colonna sonora: Broken Social Scene, “World sick”


Tutti scrivono libri

Tutti odiano un uomo noioso, tutti odiano un professore triste. (Michael Stipe)

Persino lui

Ogni giorno 176 libri vengono pubblicati in Italia. Dato non nuovo ma che produce sempre il suo effetto straniante. Perché questo è un paese che sta andando verso una deriva anticulturale. Nei talk show non manca mai il capobastione politico che, forte del suo 10% di voti, sbertuccia con una pernacchia il professorone che cerca di spiegare perché, per esempio, è principalmente la corruzione e non la presenza dei cinesi in viale Sarpi a Milano ad affossare l’economia italiana.

Dopo anni di lavorio ai fianchi, è stata dunque sdoganata dalla destra la mediocrità come valore in sé. Lo sa bene quel vecchio marpione di Umberto Pizzi, storico paparazzo oggi al lavoro per Dagospia: “Mentre prima le prendevo da Peter O’Toole ubriaco- ha detto al Corriere della Sera – o dovevo pregare Marlon Brando di tirarmi giù dal muro dove mi aveva appiccicato, adesso rischio di trovarmi steso dai body-guard dell’ultima esclusa del Grande Fratello”.

Insomma, 176 libri al giorno vuol dire che siamo una nazione di scrittori ma non di lettori. Si direbbe che fare l’editore sia un mestiere suicida.

Una decina di giorni fa mi contattò via email un tizio di una piccola casa editrice. Mi chiese (“dopo aver visto il suo profilo nel sito della scuola di giornalismo di Milano”) se ero interessato a “pubblicare un’inchiesta o un saggio di attualità“. Certo che sì, diamine! Tutti scrivono libri, perché io no? Gli lasciai il mio numero di telefono e gli proposi un argomento. Per una settimana ci fu uno scambio di email lunghe quanto un sms che mi aveva lasciato un senso di frustrazione. Perché non mi rispondi al telefono? Perché, prima di chiedermi se riesco a fare uscire il libro “per fine giugno” in modo da presentarlo “in diversi salotti politici”, non mi dici i termini economici della faccenda, dato che scrivere un libro in meno di due mesi significherebbe lavorare di notte?

Poi, la confessione. Il contratto (mai visto) prevede “in linea di massima un contributo minimo per la pubblicazione o in alternativa un numero di copie di acquisto con un sconto da valutare”. Tradotto: tu scrivi un libro che neanche arriverà nei negozi, lo paghi o al limite compri un po’ di copie, magari da distribuire ai passanti di piazza Duomo in cambio di un caffé. Al mio arrivederci e grazie lo stesso, la risposta piccata: “Se il lavoro è valido non c’è obbligo di acquisto copie. Finora abbiamo investito NOI sui lavori”. Il che vuol dire che se il lavoro non è valido viene pubblicato lo stesso.

Ora sapete perché non leggerete mai un libro scritto da me.

Colonna sonora: Rem, “Sad professor”


Scrivo poco, eh?

Il precariato giornalistico è una piaga sconosciuta ai più.


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