Il paese è reality

Perché Sanremo è Sanremo

Perché Sanremo è Sanremo


Chiedo lumi in giro. Pareri. Critiche. E intorno vedo solo facce perplesse e sguardi interrogativi. Come se ieri non fosse accaduto l’Epocale. Gli Afterhours a Sanremo. Chi l’avrebbe mai detto solo dodici anni fa, quando la voce allucinata di Manuel Agnelli lanciava un bestemmione lo-fi che di lì a poco avrebbe cambiato – vi piaccia o no – il corso della musica rock in italiano. Bonolis li presenta al pubblico dell’Ariston come se dovesse spiegare la meccanica quantistica a una scolaresca di bambini delle elementari. Dal fondo della sala qualche pazzo lancia un grido – VAI MANUEEEEL! – che non si capisce se sia un augurio di successo o un’esortazione a tornare a casa. (Poi il responso delle urne ci chiarirà le idee). Il presentatore fa l’appello degli autori con tono da automa e arrota le erre di Afterhours manco fosse sul palco dei Grammy Awards. Io mi sento emozionato come un padre che guarda il primo saggio di pianoforte del figlio. Incrocio le dita.

Poi.
Parte.
Il.
Brano.

E non si capisce un cazzo. La band agita le braccia su quelle chitarre ma dal piccolo Mivar 15 pollici esce fuori una composizione moscia e scornata. Manuel canta la prima strofa da solo e sembra che sia appena arrivato dalla maratona di New York. Voce sfiatata in gola e note moribonde tra le corde vocali. Poi il resto del gruppo lo raggiunge e la faccia di Agnelli assume l’espressione cagnesca che ha fatto epoca tra i giovani alternativi degli anni Novanta. Ci mettono grinta. Si dimenano compatti tra cambi di tempo, pause e ripartenze. Ma “Il paese è reale” è un Titanic che affonda. I suoni continuano a essere sbilanciati, sul palco i monitor sembrano regolati male spingendo gli Afterhours ad andare a memoria. Il pezzo ne esce così mortificato. Non si capisce se è bello o brutto. Sicuramente è inusuale per il Festival e indigeribile per la giuria. Che elimina il gruppo senza pietà. Assieme alla Zanicchi e a Tricarico.

Loro, gli Afterhours, l’hanno detto e ripetuto. Ci ha voluti Bonolis. Molto bella è l’idea della compilation con alcuni dei migliori artisti indipendenti italiani. Andare a Sanremo come rappresentanti di un’altra musica. Però resta l’incognita sulla riuscita dell’operazione. Non è chiaro quale sia l’utilità di partecipare al festival, fare un pezzo che non capirà nessuno e uscirne presi a calci in culo assieme alla poetessa del prezzo giusto. In questo modo non allarghi il tuo bacino di fan, non aiuti la “scena” a uscire dal proprio recinto e ci fai pure una figura di merda perché non senti niente dalle spie. E vallo a spiegare a questo paese decrepito che i problemi tecnici non dipendono dal gruppo ma dall’incompetenza di chi sta dietro al mixer.

Il timore è che gli Afterhours abbiano così fallito l’operazione. Che, dopo ieri sera, tutto torni come prima. Il grande pubblico con il buonismo quattro stagioni di Pupo e con le treccioline ossigenate dei Gemelli Diversi. L’altro pubblico che ascolta musica per i fatti propri. Due mondi che si sono annusati per quattro minuti e che sono tornati a casa con le stesse idee di prima. L’aggravante sta nel fatto di aver cercato una sorta di legittimazione nazional popolare che gli Afterhours non avevano – e non hanno – bisogno di ottenere. “Fammi far solo una cosa che serva”, canta Manuel. Forse non era questo il caso.


5 Risposte to “Il paese è reality”

  • L'Alligatore

    Ancora una volta, concordo con l’analisi, precisa e corretta. Io non sono riuscito a concentrarmi, ho visto l’esibizione di Manuel e compagni allibito e incredulo. Non ho compreso minimamente il senso dell’operazione e il fatto che gli Afterhours dicano di essere andati su quel palco perchè sono stati invitati da Bonolis, è allucinante. Vabbe’, in Italia succede di tutto, di peggio e di più, ma anche questo è un segnale triste e sconfortante. Non ho parole, solo parolacce …
    p.s. gli Afterhuors a Sanremo sembrano uscire dai mondi paralleli di Philip K. Dick. Altro che paese reale. O forse è proprio così, l’Italia del 2009 è un mondo parallelo di Philip K.Dick. Inquietante. VAI MANUEEEEEL!

  • and

    ciao, io non sono mai stato un grande amante degli Afterhours, anzi per niente. sopravvalutati, forse per un panorama desolante, o forse apprezzati per la capacità di manuel di vendere bene il proprio prodotto, infarcendolo qua e là di analisi sociologiche abbastanza superflue. Sanremo per me si inserisce proprio in quella logica del vendere/vendersi/mostrarsi (hanno sempre avuto questo amore per le pose), ritendosi alfieri di qualcosa e qualcuno. Imbarazzante il ragionamento, perchè a mio parere mostra una cecità rispetto a come il mondo sta andando. Significa continuare a ritenere Sanremo una vetrina importante e significativa dello stato della musica. Sanremo non è il letterman dove il presentatore è ben contento di avere gruppi alternativi. Sanremo è altro. e perchè non cercare altri canali, piuttosto che voler entrare in case altrui, dove padroni di casa e ospiti sono liberissimi di fare quello che vogliono?

  • Lucien

    Ciao, sono rimbalzato nelle tue pagine seguendo l’onda dei commenti sugli Afterhours e dico anch’io la mia.
    Se ci vai a Sanremo e nonsei un allineato, in un modo o nell’altro lo devi fare per lasciare un’impronta forte (vedi Elio o Quintorigo, ma la voce di John di Leo era un’altra cosa). A me sono sembrati mosci e poco convinti.

  • manfredi

    Sì, sono d’accordo con te. Il punto però è che questo brano secondo me è stato maltrattato dal tecnico del suono. vorrei ascoltare il pezzo nella versione studio, per farmi un’idea più precisa

  • manfredino manfredonia

    sì fa un certo effetto, ma quando arrivi a certi livelli puoi anche permetterti 2 passi da gambero senza temerne di falsi vendendo l’alma al pueblo (diablo?)

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