La prima premessa è che col mio ex gruppo ho partecipato, con convinzione, al primo V-Day, a Palermo. La seconda è che sono un giornalista.
Detto questo, qualche giorno fa ho avuto uno scambio di opinioni con tre grillini, uno dei quali è un mio carissimo amico. L’argomento era il secondo V-Day, quello sull’informazione. A me è toccata la parte dell’avvocato del diavolo, visto quello che faccio.
Devo dire intanto che la scelta di farlo il 25 aprile è stata, diciamo così, sgradevole. Si tratta di una data durante la quale si dovrebbe scendere in piazza per ben altri motivi. Ma oggi, si sa, la resistenza è passata di moda. Così, Beppe Grillo e i suoi amici sembrano d’accordo con coloro che - da Veneziani a Vittorio Feltri - intonano già il de profundis di questa ricorrenza.
Dei tre, il referendum che mi trova totalmente in disaccordo è quello sull’abolizione dei finanziamenti pubblici ai giornali. Un boomerang paradossale per l’Italia, non solo per le belle intenzioni di Beppe Grillo. Il nostro lancia filippiche contro la stampa, accusata - non a torto - di essere asservita al potere. Di non essere indipendente. Bene, che cosa succederebbe se togliessimo il finanziamento pubblico? Scomparirebbero i giornali che vendono poco, inezie culturali e giornalistiche del calibro del “Manifesto”, di “Internazionale”, magari pure l’”Unità” e chissà quanti altri, anche di destra. Si restringerebbero drammaticamente gli spazi - già ora angusti - di giornalismo libero (che si condividano o meno le idee non è questo il punto). E l’informazione ne uscirebbe con le ossa ancora più rotte.
Ed ecco la prima obiezione del cinico grillino, novello homo oeconomicus. “Per quale motivo dovrei finanziare un giornale che io non leggo e che non vende? Se i giornali non vendono è giusto che chiudano”. Già, peccato che lo scopo principale di un giornale non dovrebbe essere vendere, bensì informare. È quando si pone l’obbietivo opposto (vendere anziché informare) che decreta la sua fine.
Il cinico grillino non si arrende, e spalleggiato da una sua amica rincara la dose. “I giornali non sono indipendenti, in questo modo toglieremmo l’influenza della politica”. Il problema è che senza i finanziamenti i giornali dovrebbero basarsi solo sulla pubblicità. E questo non è un indice di indipendenza. Tutt’altro. I giornali sarebbero costretti a non infastidire con inchieste e dossier i propri inserzionisti, con conseguenze facilmente intuibili. Negli ultimi mesi, il gruppo l’Espresso-Repubblica per il solo fatto di aver dato due notizie (quella relativa alla cassiera dell’Esselunga di Milano brutalmente picchiata all’interno del supermercato e quella dell’evasione fiscale di Dolce e Gabbana) ha visto annullate le inserzioni di queste aziende per tutto l’anno. Un danno di diversi milioni di euro. I giornalisti di Repubblica non si sono fatti intimidire e ovviamente (le cronache sono lì a testimoniarlo) sono andati avanti. Ma si tratta di Repubblica, un giornale solido da un punto di vista finanziario. Un giornale più piccolo, di quelli duri e puri che piacciono tanto ai grillini, dopo un colpo simile sarebbe finito in bancarotta. E noi allora dovremmo chiudere i finanziamenti pubblici?
Il grillino rilancia. “C’è internet”. Sicuro. Costi di gestione minori, guadagni ancora più bassi, dipendenza ancora più accentuata nei confronti degli inserzionisti.
C’è poi l’amico mio, quello che sicuramente ne sa più e meglio dei primi due. Lui è un grillino molto addentro alla questione. La sua obiezione è relativa alla Gasparri. “Se noi aboliamo la Gasparri - dice - possiamo ridiscutere i tetti pubblicitari. Abbassiamo quello della tv così gli inserzionisti saranno costretti per forza ad andare sui giornali“. Peccato che il mercato vada dove c’è più profitto. Quindi sui giornali che vendono di più. Quelli più moderati. Quelli meno liberi, direbbero i grillini. Gli altri? Che importa. Non vendono. Non erano buoni, evidentemente.
Colonna sonora: Motorpsycho, “Year zero”
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