Il monolito nero

12 07 2008

Alcuni sentono puzza di flop. Altri protestano per i tariffari che sembrano ideati dal racket delle estorsioni, tanto sono elevati. Sarà. Ma quelle immagini che raffiguravano centinaia di persone davanti ai negozi di telefonia di ogni dove, incolonnate come vacche al macello, fanno rabbrividire. L’iPhone pare diventato il monolito nero del ventunesimo secolo, e noi come scimmie primordiali battiamo il petto di fronte ad un oggetto che sembra vanità tecnologica senza essere fondamentale in nessuna delle sue strabilianti funzioni. E la standing ovation delirante riservata ai primi acquirenti del telefonino Apple, che lo brandiscono in aria a due mani, fieri come achei con la testa della Gorgone, è la perfetta messa in scena dell’umanità. Un titanic senza timoniere in rotta verso l’autodistruzione.

Le file andrebbero fatte per ben altro. Non certo per un cellulare, per quanto intrigante possa essere.

Colonna sonora: Massimo Volume, “Altri nomi”





Attivissimi

9 07 2008

Alla fine, pare che il No Cav Day - maledetti inglesismi - si sia trasformato nel d-day per Di Pietro e per l’altra opposizione. Il dibattito sulla satira è stanco e noioso. Sabina Guzzanti ha tutto il diritto di dire che il papa tra vent’anni farà i conti con diavoloni “frocissimi e attivissimi”. Solo che, oltre a essere di cattivo gusto, tutto questo porterà a parlare solo degli insulti, come quelli alla Carfagna (il concetto generale è condivisibile, ma senza prove certe dobbiamo considerare diffamanti le accuse della Guzzanti). Giusto poi lo sdegno per l’assurdo divieto spostamento del gay pride da Roma. Ma da quando sdegno fa rima con volgare? La verità è che così se ne ne va a fare benedire l’intera manifestazione, l’idea di fondo, i concetti espressi dagli altri partecipanti.

Stiamo parlando poi della stessa Guzzanti che anni fa, con Raiot, denudò il re con una trasmissione che lasciava tutto lo spazio all’informazione, tenendo in disparte il truce turpiloquio. Il risultato? Credibilità alle stelle per la Guzzanti ed ennesima, palese censura televisiva da parte della destra.

Oggi, invece, non è così. Flores D’Arcais e Di Pietro l’hanno capito subito. O troppo tardi. Chi li ha visti dice che erano lividi. La manifestazione di ieri è finita nel fango. Per gli organizzatori è una Caporetto: in questo modo prestano il fianco agli avversari e si fanno dare lezioncine di stile e politica da gente come Berlusconi e Calderoli, che del cattivo gusto sono quasi dei gourmet.

Dalle macerie di piazza Navona restano così solo le parolacce. Di Berlusconi e di che cosa sta realmente facendo nessuno dirà una parola.

Colonna sonora: Marlene Kuntz, “Festa mesta”





Denti

27 06 2008

Va bene, sono uno pieno di pregiudizi. Che giudica senza guardare. Intellettualmente pigro. Però davvero, quando ho visto questo trailer sono rimasto senza parole. Non capisco se sono seri o se stanno scherzando. Perché l’idea alla base di questo film (horror?) è a dir poco demenziale. E chi se ne frega se si tratta di un mito presente in molte culture.  Non mi pare qualcosa che possa dare rilevanza intellettuale al soggetto del film. Aridatece Freddy Krueger!

Colonna sonora: This Will Destroy You, “A three legged workhorse”





Il Genio pop porno

23 06 2008

Visti ieri pomeriggio alla Fnac di Milano. E non mi hanno detto un gran che. Solite storie indie pop a base di drum machine, tastiere dal suono simil vintage, chitarre elettriche dall’overdrive svalvolato e melodie da overdose di glucosio, mescolate con un erotismo da “Colpo grosso” dei bei tempi che furono. Che poi non sono male, gli Il Genio. Ma già al terzo brano la formula si fa ripetitiva e lo sbadiglio è un babau pronto a fare la sua comparsa per rovinare la festa. Complice anche la voce sfiatata di Alessandra Contini, una Kazu Makino dalle pile scariche, sexy come un cartone animato di Bim Bum Bam (la voce, intendo). Per non parlare di Gianluca De Rubertis, già tastierista degli ottimi Studiodavoli, vocalmente sgraziato e con poca personalità. Perché ci vuole stile, anche se si vuole giocare ai non cantanti.

Colonna sonora: Il Genio, “Pop porno”





Febbre gialla

20 06 2008

L’indignazione internazional-popolare contro la Cina è già finita. Almeno fino all’inizio delle Olimpiadi. È stata dipinta come il male assoluto, con i capi di stato di tutto il mondo hanno discusso se andare ai Giochi e persino gli atleti - tranne Pistorius - sono stati accusati di ogni colpa per il semplice fatto che gareggeranno in Cina.

Questa febbre gialla è proprio il trionfo dell’ipocrisia. Un’operazione di facciata che permette ai governi di approfittare mediaticamente della vicenda (e magari averne qualche tornaconto politico) e agli occidentali di mostrare un impegno totalmente fine a se stesso. Nessuno infatti sembra rendersi conto che la Cina siamo noi.

La Cina sono quegli imprenditori che in nome del libero mercato e del profitto hanno fatto i furbi delocalizzando le imprese e ora piangono miseria contro quel mostro di Frankestein che hanno creato con le loro mani e che ora li sta fregando con la loro stessa moneta.

La Cina sono gli americani che restano economicamente a galla nonostante il loro impressionante debito pubblico grazie al miliardo di dollari che  giunge quasi quotidianamente dal paese del comunismo al paese del capitalismo.

La Cina sono quelli che gridano - giustamente - allo scandalo contro l’occupazione cinese e contro le olimpiadi. Peccato che lo facciano solo a giorni alterni e, soprattutto, peccato che lo facciano avendo scarpe made in china, jeans made in china, camicie made in china, telefonini made in china, computer made in china, lampadine a basso consumo made in china, televisori made in china, mouse made in china.

La Cina, soprattutto, sono notizie come quela della Fiat che precisa che l’aver messo Richard Gere nella pubblicità non vuol dire criticare la repressione in Tibet. Perché a parole crocifiggiamo i politici e gli atleti che vanno a Pechino per i Giochi. Nei fatti, imprenditori e governi fanno di tutto per penetrare nel ricco mercato cinese.

Colonna sonora: Sigur Ros, “Gobbledigook”





Il Pd del Nord

17 06 2008

L’8 a zero subito ieri dal Pd in Sicilia dovrebbe - ancora - far riflettere chi diceva che il problema della formazione veltroniana era lo sfondamento al Nord. La proposta di fare un Pd nordista era poi demenziale.

O si dà per scontato che il Sud sia irrimediabilmente perso, o si dà per scontato che il Sud possa essere facilmente riconquistabile. In entrambi i casi, si tratta di tragica miopia politica.

Colonna sonora: Diane And The Shell, “30.000 feet tarantella”





Percezioni

16 06 2008


Veltroni, il protagonista della più grande disfatta del centro e della sinistra dai tempi di Mussolini, si lamenta perché, ohibò, il copione non è cambiato. Con il ritorno di Berlusconi, infatti, ritornano pure tutti i problemi che Walter aveva fatto finta di non vedere per promuovere quel dialogo costituente in grado di rilanciare l’Italia.

Si lamenta, Veltroni, del fatto che il Cavaliere continui a cercare scappatoie ai suoi guai (giudiziari e no). E ora si legge dalle agenzie che Walter lancia un ultimatum al governo. “Basta strappi o salta il dialogo”. Inutile dire che è il classico esempio del tizio che chiude la stalla dopo che sono scappati i buoi.

La lezione di D’Alema, evidentemente, non è bastata.

E la sconfortante percezione di questi giorni è che a fare l’opposizione è la Lega Nord, non il Pd. Che invece appare timoroso di rompere questo clima da cordiale intesa che esiste solo nella testa di Veltroni, dato che Berlusconi continua a fare quello che vuole. Senza contare le logoranti discussioni su dove sistemarsi l’anno prossimo nel parlamento europeo.

E sperare che sia Bossi a fermare le norme salva premier - perché il Pd non vuole passare per antiberlusconiano - è l’ennesimo fallimento di un’intera classe dirigente di centro e di sinistra.

Che se ne vadano a casa al più presto. Per il bene dell’Italia.

Colonna sonora: No Age, “Eraser”





La decostruzione rap di Uochi Toki

10 06 2008

L’altro ieri, durante l’ultima giornata del festival Mi Ami, ho visto l’esibizione di un duo hip hop chiamato Uochi Toki. Che cominciano il concerto con un pezzo antidroga che è una lama di ghiaccio conficcata nel cuore.

A me il rap non piace. Ma sono rimasto molto colpito. Le basi sono acide, violente, hardcore. I testi non banali e taglienti, benché talvolta un po’ troppo autoreferenziali nell’approccio da “io contro il resto del mondo”. Curioso poi come non ci siano praticamente rime o pseudo ritornelli. In pratica, la decostruzione del solito hip hop che siamo purtroppo abituati a sentire (e subire). Più punk dei punk. Dopo, sono saliti sul palco i Truceklan. Ovvero il solito, noioso rap delle mossettine molleggiate e dei coretti da ammeregano de noantri.

E tutto alla fine è stato meravigliosamente palesato. La differenza tra Uochi Toki e Truceklan è la differenza che intercorre tra chi osa e chi riposa.

Colonna sonora: Uochi Toki, “L’estetica”





L’informazione secondo i grillini

29 05 2008

La prima premessa è che col mio ex gruppo ho partecipato, con convinzione, al primo V-Day, a Palermo. La seconda è che sono un giornalista.

Detto questo, qualche giorno fa ho avuto uno scambio di opinioni con tre grillini, uno dei quali è un mio carissimo amico. L’argomento era il secondo V-Day, quello sull’informazione. A me è toccata la parte dell’avvocato del diavolo, visto quello che faccio.

Devo dire intanto che la scelta di farlo il 25 aprile è stata, diciamo così, sgradevole. Si tratta di una data durante la quale si dovrebbe scendere in piazza per ben altri motivi. Ma oggi, si sa, la resistenza è passata di moda. Così, Beppe Grillo e i suoi amici sembrano d’accordo con coloro che - da Veneziani a Vittorio Feltri - intonano già il de profundis di questa ricorrenza.

Dei tre, il referendum che mi trova totalmente in disaccordo è quello sull’abolizione dei finanziamenti pubblici ai giornali. Un boomerang paradossale per l’Italia, non solo per le belle intenzioni di Beppe Grillo. Il nostro lancia filippiche contro la stampa, accusata - non a torto - di essere asservita al potere. Di non essere indipendente. Bene, che cosa succederebbe se togliessimo il finanziamento pubblico? Scomparirebbero i giornali che vendono poco, inezie culturali e giornalistiche del calibro del “Manifesto”, di “Internazionale”, magari pure l’”Unità” e chissà quanti altri, anche di destra. Si restringerebbero drammaticamente gli spazi - già ora angusti - di giornalismo libero (che si condividano o meno le idee non è questo il punto). E l’informazione ne uscirebbe con le ossa ancora più rotte.

Ed ecco la prima obiezione del cinico grillino, novello homo oeconomicus. “Per quale motivo dovrei finanziare un giornale che io non leggo e che non vende? Se i giornali non vendono è giusto che chiudano”. Già, peccato che lo scopo principale di un giornale non dovrebbe essere vendere, bensì informare. È quando si pone l’obbietivo opposto (vendere anziché informare) che decreta la sua fine.

Il cinico grillino non si arrende, e spalleggiato da una sua amica rincara la dose. “I giornali non sono indipendenti, in questo modo toglieremmo l’influenza della politica”. Il problema è che senza i finanziamenti i giornali dovrebbero basarsi solo sulla pubblicità. E questo non è un indice di indipendenza. Tutt’altro. I giornali sarebbero costretti a non infastidire con inchieste e dossier i propri inserzionisti, con conseguenze facilmente intuibili. Negli ultimi mesi, il gruppo l’Espresso-Repubblica per il solo fatto di aver dato due notizie (quella relativa alla cassiera dell’Esselunga di Milano brutalmente picchiata all’interno del supermercato e quella dell’evasione fiscale di Dolce e Gabbana) ha visto annullate le inserzioni di queste aziende per tutto l’anno. Un danno di diversi milioni di euro. I giornalisti di Repubblica non si sono fatti intimidire e ovviamente (le cronache sono lì a testimoniarlo) sono andati avanti. Ma si tratta di Repubblica, un giornale solido da un punto di vista finanziario. Un giornale più piccolo, di quelli duri e puri che piacciono tanto ai grillini, dopo un colpo simile sarebbe finito in bancarotta. E noi allora dovremmo chiudere i finanziamenti pubblici?

Il grillino rilancia. “C’è internet”. Sicuro. Costi di gestione minori, guadagni ancora più bassi, dipendenza ancora più accentuata nei confronti degli inserzionisti.

C’è poi l’amico mio, quello che sicuramente ne sa più e meglio dei primi due. Lui è un grillino molto addentro alla questione. La sua obiezione è relativa alla Gasparri. “Se noi aboliamo la Gasparri - dice - possiamo ridiscutere i tetti pubblicitari. Abbassiamo quello della tv così gli inserzionisti saranno costretti per forza ad andare sui giornali“. Peccato che il mercato vada dove c’è più profitto. Quindi sui giornali che vendono di più. Quelli più moderati. Quelli meno liberi, direbbero i grillini. Gli altri? Che importa. Non vendono. Non erano buoni, evidentemente.

Colonna sonora: Motorpsycho, “Year zero”





L’erba del vicino

26 05 2008

Il brutto vizio della stampa musicale italiana - e di quella culturale in genere - è quel costante senso di inferiorità nei confronti di ciò che proviene dall’estero. Ogni volta che spunta qualcosa di buono, il giornalista immancabilmente aggiunge la fatidica frase (“non sfigura al fianco dei più blasonati album di artisti inglesi o americani”) per convincere il lettore della bontà del lavoro, manco fosse un bollino di qualità.

È un difetto comune a tutti, compreso il sottoscritto, ed è qualcosa da correggere. Perché l’Estero non è un valore assoluto. Non sempre, almeno.

Colonna sonora: The Niro, “So different”