E Repubblica parla ora di Morgan-mania

2010 febbraio 4
di Manfredi

“Quelle che tu chiami figure di merda sono sprazzi di splendore mediatico che danno lustro al personaggio e che ti rendono più umano e simpatico. Se non esistono più regole etiche ed estetiche le figure di merda decadono di conseguenza” (Niccolò Ammaniti, “Che la festa cominci”)

Colonna sonora: Bluvertigo, “L’assenzio”

Hank! Sorrisi e canzoni

2010 gennaio 30
di Manfredi

Altro che shoegaze

Insomma, poi ti rompi veramente i coglioni. Vai durante il weekend nei circoli e nei club di tendenza di Milano, dove dovrebbe transitare la musica più figa. Vedi gente che sembra pronta per un pruriginoso set fotografico della Sisley. Respiri quel misto di snobismo e lievito di birra che invade la zona sfogliando il nuovo numero di Zero: l’articolista anonimo parla, col suo solito linguaggio da liceale pluriripetente, dell’ultimo party electroclash riservato ai primi cento metrosexual meglio vestiti.

Poi, però, ecco che li vedi ballare la solita merda popolare: Donatella Rettore, Lunapop, Hole, Corona, “Should I stay or should I go”. Tutta roba che ognuno di noi ha bandito con orrore dagli iPod e che nel rito collettivo del sabato sera assurge a gloria con la stessa inevitabilità di una sconfitta elettorale di Massimo D’Alema.

“Piedali”, primo lavoro degli Hank!, uscito per la 800A (la stessa degli Waines e del Pan del Diavolo), nasce per questo. Un rutto in faccia alla musica intesa come sfilata di moda. Il proletariato che sale alla ribalta e prende per il culo sorrisi e canzoni di una generazione che si specchia nelle foto in posa di Facebook. L’indie pop che prende lezione tanto da Samuele Bersani quanto da Dente, li rimescola con lo stesso, feroce sarcasmo di un Franco Battiato intervistato a Porta a Porta e lo serve fresco, diretto e inaspettato come un bicchiere di spuma bevuto durante un corso per sommelier. Ritornelli orecchiabili, improvvise accelerazioni rock, testi ironici e nonsense e un dichiarato amore per la musica italiana. La prima, bella sorpresa di questo 2010.

Colonna sonora: Hank!, “Il palinsesto dell’amore”

Al rogo

2010 gennaio 24


Come avevo chiarito a chi mi ha interpellato, non avevo ancora letto la storia: la leggerò adesso e ne scriverò.

(Eugenia Roccella, sottosegretario alla Salute, sabato 23 gennaio)


In salute e in malattia

Peccato che il sottosegretario abbia ampiamente parlato di “Mater Morbi” di Dylan Dog (scritto da Roberto Recchioni e disegnato da Massimo Carnevale) il giorno prima sul Corriere della Sera: “Ambiguo difendere l’eutanasia come atto di pietà. Gli intellettuali dovrebbero chiedersi: perché inseguiamo il mito del corpo sano e della perfezione e rifiutiamo la malattia e la sofferenza?”.

La domanda è interessante per diversi motivi. Intanto perché proviene da un’ex radicale. Curioso notare come il partito di Pannella sia la palestra dove si sono formati negli anni i più battaglieri esponenti del variopinto movimento anti radicali. Un po’ come il vecchio Pci che ha allattato al seno i suoi futuri e più feroci avversari.

Inoltre, questa critica al “mito del corpo sano e della perfezione” viene da un’esponente di un partito che del corpo sano e della perfezione ha fatto la propria ragione d’essere. Vedi per esempio il Berlusconi sanguinante che mostra come un trofeo le sue ferite e che in pochissimo tempo si ripresenta al suo elettorato ancora più forte di prima, senza neanche l’ombra di una cicatrice. O le belle militanti che per motivi imperscrutabili anche a questo giro elettorale vengono piazzate copiose in collegi sicuri. Per non parlare di tutta l’iconografia mutuata dalla Milano da Bere del Craxi rampante e rivista sotto i canoni del marketing più spietato.

Questa polemica – e la successiva, goffa retromarcia – è un passaggio sintomatico del dibattito politico e intellettuale dell’Italia. Dove conta soltanto caricare a testa bassa contro qualcosa o qualcuno senza sapere se davvero c’è qualcosa o qualcuno contro cui combattere. La Roccella è il simbolo perfetto di questa decadenza tutta italiana: parla senza sapere nulla né della vicenda umana dell’autore né della storia, elementi importanti dato che chi ha scritto questo episodio vive sulla sua pelle quanto è stato raccontato. La Roccella invece interviene in modo totalmente opportunistico, additando le streghe al rogo solo per un pugno di voti. Ormai abbiamo sdoganato la figura di merda, ha scritto Niccolò Ammaniti. Il passo successivo sarà eleggere il Bar Sport come sede del parlamento della Terza Repubblica. Io mi sono stancato di tutto.

Colonna sonora: C|O|D, “Lowrenzo”

Sognare a quindici anni

2010 gennaio 15
di Manfredi

Smells like teen spirit (foto: Liz Flyntz)

Negli occhi non un leggero velo di malinconia ma un pesante lenzuolo di tristezza. Negli strumenti non semplici accordi di chitarra ma banchi di nebbia armonizzati in tonalità minore. Nella voce non banali melodie ma melodrammi esistenzialisti. Si presentavano col nome Beach House ma più che una festa sulla spiaggia la loro musica era una sorta di “liberaci dal male” in versione laica e dark.

Fino a ieri.

Perché al terzo disco i Beach House aprono le finestre della casa e fanno filtrare raggi di sole dove prima c’erano solo ragnatele. “Teen dream” ha la stessa ricetta dei lavori precedenti – ballate vagamente dream pop dai riverberi oltre il livello di guardia – solo che ogni accento in minore è stato trasformato in maggiore e i ritmi sono leggermente più allegri. Il duo di Baltimora stavolta canta canzoni che a questo giro profumano di salsedine e meraviglia anziché di foglie morte e cattivo umore. Una svolta pop ispirata e ispiratrice, simile – per portata artistica – a quanto fatto un anno e mezzo prima dai Sigur Ros. Dream pop diretto e spensierato come progettare i propri sogni quando si hanno quindici anni alle spalle e tutto un futuro da scrivere all’orizzonte.

Colonna sonora: Beach House, “Norway”

All’improvviso uno sconosciuto

2010 gennaio 10

Idee chiare

I giocatori delle squadre di calcio in crisi di risultati solitamente vanno in campo guardinghi e timorosi. Trattano la palla come se fosse una bomba nucleare di cuoio e trotterellano per il rettangolo verde facendo finta che non ci siano né i fischi dei tifosi né i gol – ripetuti – della squadra avversaria.

Quello che sta facendo Pierluigi Bersani. Che, esattamente come i suoi predecessori, non riesce a imporre una direzione al Pd. Con l’aggravante che se Walter Veltroni e Dario Franceschini almeno davano l’impressione di essere loro a – non – tenere le redini del partito, Bersani ha confermato tutti i timori della vigilia, cioé di essere un prestanome politico di Massimo D’Alema.

Il segretario del Pd non è mai riuscito a imporre l’agenda ai media, alla società e al proprio partito. I casi della Puglia e del Lazio sono esemplari: non trova candidati adeguati e intanto si accoda a decisioni prese da altri (Nichi Vendola ed Emma Bonino) come un gregario, gettando il centrosinistra nel caos quando invece potrebbe produrre un’efficace offensiva politica alla destra (la spazzatura di Palermo e gli arresti eccellenti a Milano, per dirne due, a parti invertite sarebbero state sfruttate al massimo dal Pdl).

Viene da pensare che servirebbe un leader unico anziché questo insieme di capicorrente che riescono a vincere solo le primarie e non le elezioni. Tutti gli altri partiti hanno una democrazia interna pari a zero ma almeno un’identità chiara: Berlusconi per il Pdl, Di Pietro per l’Idv, Bossi per la Lega, Casini per l’Udc. Nel Pd invece la democrazia interna è la valvola di sfogo dei personalismi frustrati e delle ambizioni represse.

Colonna sonora: Natural Snow Buildings, “Search forme”

Musica bella 2009

2010 gennaio 3

Animal Collective, “Merriweather post pavilion” – Già detto, già scritto. Applausi.

The Field, “Yesterday and today” – Una musica migliore per un mondo migliore con discoteche migliori.

Alice In Chains, “Black gives way to blue” – La vita e la morte scandite come in un funerale metal.

Moderat, “Moderat” – L’elettronica come grammatica prediletta per chi vede nel romanticismo l’ultima spiaggia contro il cinismo di oggi.

Meganoidi, “Al posto del fuoco” – Perché è nella sottovalutazione generale che si trovano i germogli della bellezza.

Black Eyed Dog, “Rahianuledada (songs to Sissy)” – Notturno e struggente come una serata fatta di sospiri e rimpianti.

Zu, “Carboniferous” – Gli altri annaspano nel caos. Loro avanzano nel rumore.

tUnE-yArDs, “Bird brains” – La musica (pop? folk? world?) come non è stata mai raccontata prima.

Taken By Trees, “East of eden” – L’Africa e la Svezia in un semplice arpeggio di chitarra.

The Black Heart Procession, “Six” – La disillusione è l’unico antidoto alla sofferenza.

Cartoonia

2010 gennaio 2

Silvio Berlusconi in un cartone animato messicano.

Colonna sonora: tUnE-yArDs, “Fiya”

Millennium Bug: and the winner is…

2009 dicembre 29
di Manfredi

All'inizio del decennio, cantandone già la fine

Il decennio si chiude con il sangue iraniano che cola dalla barba di Ahmadinejad, con un’impotente icona pop come presidente degli Usa, con Al Qaeda che mette la firma sul fallito attentato aereo e con una pazza che spinge per terra papa Ratzinger. Le paure di dieci anni fa continuano quindi a essere le stesse: non ci sono cerotti per coprire le ferite del 2001, solo nervi scoperti pronti a scattare al minimo contatto. E il precariato di oggi sarà il posto fisso di domani, una chimera irraggiungibile sostituita da contratti rinnovabili di ora in ora. Benvenuti negli anni Dieci: dal yes we can al yes we end.

“Kid A” dei Radiohead uscì un anno prima della caduta delle Torri Gemelle. Rimuovendo il supporto di plastica nero si trovava un fumetto con un Tony Blair dal ghigno demoniaco. Thom Yorke, che dedicò l’album al “sicuramente esistente primo clone umano”, buttò giù un lamento funebre del decennio proprio all’inizio degli anni Duemila. “Non sono qui, non sta succedendo”, cantava Yorke in “How to disappear completely”, mentre il muro sonoro dei Radiohead esplodeva in un fragore di brividi d’altri tempi. Inutile descrivere un cd che tutti conoscono. L’investitura electro dell’album chiama in causa Lali Puna, Boards of Canada, Can. La bellezza e la glacialità – al limite dell’autismo – di queste dieci canzoni chiamano in causa i Radiohead. E tutti noi.

Colonna sonora: Radiohead, “How to disappear completely”

(Nelle puntate precedenti: 2000 – Deftones, “White pony”; 2001 – Giardini di Mirò, “Rise and fall of academic drifting”; 2002 – The Notwist, “Neon golden”; 2003 – Broken Social Scene, “You forgot it in people”, 2004 – The Radio Dept., “Lesser matters”; 2005 – Yuppie Flu, “Toast masters”; 2006 – Nathan Fake, “Drowning in a sea of love”; 2007 – Battles, “Mirrored”; 2008 – Portishead, “Third”; 2009 – Animal Collective, “Merriweather post pavilion)

La musica ha già avuto il suo tributo di sangue

2009 dicembre 25
di Manfredi

Ora basta

Vic Chesnutt è in coma. Non bastava evidentemente la sedia a rotelle che ha sostituito le sue gambe e dimezzato il suo orizzonte visivo. Non è certo la notizia che mi aspettavo di scoprire a Natale.

Il mercato musicale ha bevuto troppo sangue. Ora basta. E allora non posso che copiare la conclusione di un articolo di SentireAscoltare scritto da Giancarlo Turra:

Di più non si sa che volere da Chesnutt, da par suo consapevole che la canzone ha potere, importanza e autorevolezza per salvare la gente dalla disperazione”. Scrivine altre cento come queste, Vic.

Colonna sonora: Vic Chesnutt, “Filtred with you all my life”

Millennium Bug: Animal Collective, “Merriweather post pavilion” (2009)

2009 dicembre 22

Non è una musica per vecchi

In Italia l’ignoranza forse non ha – ancora – preso il potere, ma di sicuro sono sempre di più quelli che, mettendo la testa nella sabbia, stanno contribuendo attivamente alla catastrofe. Nel 2009 c’è ancora chi liquida i ragazzi come gente cui non frega nulla della politica. Pierpaolo Capovilla, cantante degli Il Teatro Degli Orrori, in questa intervista sostiene che i giovani – tutti – non sono interessati alla politica. Con un’arroganza, una miopia e una banalità sconcertanti. Del 2009 resterà dunque questo e non il mini duomo in faccia a Berlusconi. Chiudere gli occhi e delegittimare ciò che fanno le nuove generazioni  – uno sport molto diffuso, come si è visto ultimamente – è la degna conclusione di un decennio che prometteva grandi cose e che va a spegnersi, ancora una volta, in un nulla di fatto per l’umanità tutta.

Il capolavoro dell’anno è “Merriweather post pavilion” degli Animal Collective. Di certo non un disco per vecchi, almeno a giudicare dal fastidio epidermico che tre anziani hanno espresso all’ascolto, preferendo un tamarro pezzo hip hop alla stralunata psichedelia pop di “My girls”. Eppure i Collective a questo giro sembrano davvero volersi aprire alla bellezza della comunicazione col resto del mondo. Affinano la tecnica e raffinano lo stile, impastando quei rimbombi e quelle ortodossie avanguardiste con una serie di melodie formidabili. Credibilità e accessibilità. Pare quasi un miracolo, eppure alla chiamata di “Merriweather” persino le classifiche di vendita – e non solo quelle di Pitchfork – hanno risposto un timido “presente”.

Ecco dunque il folk a lezione di techno di “Summertime clothes”, il pop notturno e sintetico di “Bluish” e, appunto, la perfezione – per scrittura, ispirazione e orecchiabilità – di “My girls”, di cui a neanche un anno dall’uscita si contano già remix e cover (quella dei Taken By Trees bella quasi quanto l’originale). Sembra di sentire un gruppo di musicisti cantare una serenata fricchettona alla musa di Brian Wilson. Che chiude gli occhi e canticchia pure lei. Felice.

Colonna sonora: Animal Collective, “My girls”

(Nelle puntate precedenti: 2000 – Deftones, “White pony”; 2001 – Giardini di Mirò, “Rise and fall of academic drifting”; 2002 – The Notwist, “Neon golden”; 2003 – Broken Social Scene, “You forgot it in people”, 2004 – The Radio Dept., “Lesser matters”; 2005 – Yuppie Flu, “Toast masters”; 2006 – Nathan Fake, “Drowning in a sea of love”; 2007 – Battles, “Mirrored”; 2008 – Portishead, “Third”)