
Nicchia per le masse
Fausto Bertinotti, presidente della Camera nonché comunista di cachemire e valletto a Porta a Porta, sostiene che l’approvazione dell’indulto è stata una bella giornata di democrazia. L’anno dopo, nel 2007, considera chiusa l’esperienza del centrosinistra e del governo Prodi. L’inizio della fine.
Uno dice Ian Williams e pensa le contorsioni intransigenti delle chitarre targate Don Caballero. Roba math rock, muriatica come un gelato all’alka selzer a stomaco vuoto (la prima volta ti gasa ma la quarta ti stende). E invece Williams conosce gente nuova, che smanetta computer con la stessa facilità con cui sfodera alla chitarra tecnicismi da accademia della musica. Tra questi, pure Tyondai Braxton, figlio avanguardista dell’avanguardista Anthony Braxton.
“Mirrored” dei Battles è una sorta di equivalente della P2. Williams è il Licio Gelli del rock: propagandare la nicchia per le masse. Ci sono gli standard jazzati Tortoise di “Race in”. I giochi in controtempo di arpeggi e batteria di “Tonto”. L’electro-funk da sfilata Dolce&Gabbana di “Leyendecker”. E c’è la filastrocca “Atlas”. Con la gente che saltella su e giù e – ohibò – sorride. La sperimentazione non è mai stata così vicina dal deviare il corso degli eventi della pop music. Su le mani. Whoa-ey-oh.
Colonna sonora: Battles, “Atlas”
(Nelle puntate precedenti: 2000 – Deftones, “White pony”; 2001 – Giardini di Mirò, “Rise and fall of academic drifting”; 2002 – The Notwist, “Neon golden”; 2003 – Broken Social Scene, “You forgot it in people”, 2004 – The Radio Dept., “Lesser matters”; 2005 – Yuppie Flu, “Toast masters”; 2006 – Nathan Fake, “Drowning in a sea of love”)

Ciò che era davanti a me
Una cappa nera. Un bastone sonda il terreno di fronte a me. Destra e sinistra, un’oscillazione nervosa come un sismografo sul punto di deragliare dal proprio raggio d’azione. Il braccio sinistro cerca una parete che mi rassicuri – il palmo aperto per saggiare la consistenza e le armonie geometriche di un pezzo di realtà tanto solido al tatto quanto inesistente agli occhi.
L’impatto iniziale è drammatico. Niente cellulari, niente orologi, niente occhiali. Neanche la più piccola delle luci nel brodo oscuro che ci avvolge. Ci parliamo, colpi di tosse, diciamo il nostro nome. Tutto per darci le coordinate, per segnalare la nostra presenza e per cercare di disegnare nella nostra mente una mappa con le posizioni degli altri. Ma la paura di cadere e il totale disorientamento hanno la meglio nei primi secondi di buio.
A guidarci in questo tour nel mondo dei non vedenti è un cieco.
Lui, Matteo, è il nostro Cicerone. Ci prende per mano quando rischiamo di cadere. Ci fa toccare piante vere, mucche finte. Ci fa camminare su un ponte traballante. Il cinguettio degli uccelli per qualcuno è la suoneria del cellulare. C’è la natura proprio di fronte a noi, ma non riesco a immaginarla. Il nero ottenebra la mia capacità di rielaborare le informazioni che provengono da tatto, olfatto, udito. Matteo è cieco ma in quel nero cammina con facilità, è il suo ambiente, e riesce a trovare poesia laddove io sento disorientamento. Eppure c’è già complicità. Tutti ci affidiamo l’uno all’altro, sento che non posso fare a meno delle loro voci e delle loro mani.
All’uscita di questo percorso al buio durato venti minuti la luce è come una nuova rinascita. Ogni lampada è un ago che si infila nelle cornee degli occhi.
Colonna sonora: Magpie, “Low bleeding”

Come volevasi dimostrare
Il primo a lanciare il sasso è stato Pierferdinando Casini. “Meglio un Lodo Alfano votato con legge costituzionale che il processo breve”. Oggi a seguirlo è stato il presidente della Camera Gianfranco Fini, ospite di “In mezzora” di Lucia Annunziata: “Nulla in contrario a un Lodo costituzionale”.
Anche questa volta, quindi, il copione è stato rispettato. Silvio Berlusconi la spara grossa, grossissima. Più di quelle che sono le sue reali intenzioni. Forzando la mano, infatti, costringerà tutti a fare una marcia indietro e ad accettare come onorevole compromesso quello che fino a ieri era una mossa inaccettabile per l’opposizione.
Tutto, quindi, punta a questo: un lodo costituzionale. Mettere in difficoltà il Pd e costringerlo all’angolo per firmare la resa: “Stiamo presentando un progetto che porta la firma della sinistra”, come se quella proposta avesse riguardato pure i processi in corso e, soprattutto, come se fosse poi stata approvata e votata dal centrosinistra.
Un film già visto.
Colonna sonora: One Dimensional Man + Redworms’ Farm, “Temporal quasar’s music”

Dove sono i bambini?
Eravamo in un vivaio in occasione dell’uscita del nuovo lavoro di Susanna Tamaro, “Il grande albero”. L’umidità talmente densa che si era tatuata sulle ossa. E un paradosso generazionale come sigillo perfetto di questa serata letteraria: nonostante si trattasse di un libro scritto e pensato per i più piccoli, all’incontro era presente solo una – coraggiosa – bimba. Per il resto, il più giovane accorso in quella sala improvvisata aveva i capelli bianchi.
Colonna sonora: The Zen Circus, “Vecchi senza esperienza”
Amorfo tour de force di produzione dal quale in realtà si salva tutto e niente, che rialza la posta dell’ambizione (dando pure una parvenza d’utilità all’altrimenti futile progetto parallelo Team Sleep), consolida la competenza, tralascia la concisione e fa spallucce dell’alta prevedibilità. L’equilibrio instabile tra artifici di furbizia melodica da videoclip e spigoli screamo non riesce sempre a sostenere il peso degli stereotipi. Ci sono di nuovo furia e urgenza (anche se dettate da non si sa bene cosa), nonostante tutto.
(via Ondarock)
Colonna sonora: Deftones, “Beware”

E del Figlio
Io sono ateo. Sono sicuro che non esiste nessuna divinità superiore, ma solo convenzioni che nel tempo sono state scritte in buona fede, manipolate in malafede, digerite in buona fede e propagandate in malafede da tutti i popoli in tutti i tempi. Non sono di quelli che dicono di non avere avuto il dono della fede. La fede non è un dono che arricchisce chi ce l’ha e inaridisce chi non ce l’ha. La fede è qualcosa che può dare un senso al percorso esistenziale di chi crede. Ma questo percorso non è detto che debba essere migliore rispetto alla strada intrapresa da un ateo. La retta via è uno stato della mente che prescinde dalla fede religiosa. Altrimenti gente sanguinaria, corrotta e crudele come Totò Riina o Bin Laden sarebbero degli illuminati. Qualcuno potrebbe citare Robespierre o Fidel Castro. Obiezione accolta.
In merito alla sentenza non ho un’opinione particolare. Per me il crocifisso potrebbe pure rimanere dov’è, da ateo non mi sento offeso. Marco Travaglio ha scritto un ottimo pezzo che condivido quasi in pieno. Resta il fatto, però, che il simbolo della croce non è solo, come dice Natalia Ginzburg citata dallo stesso Travaglio, “l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente…”. La croce è stata in passato il paravento di storie troppo lunghe e tragiche da raccontare in un blog modesto come questo. E tuttora viene sfoderata per un’allucinata propaganda politica con la bava alla bocca.
Credo, peraltro, che per colui che è morto sulla croce – salvando l’umanità – l’insulto peggiore è sentire qualcuno usare nel suo nome un verbo terribile e sconsiderato come “morire” nei confronti di qualcun altro.
Colonna sonora: Zwan, “Jesus, I”

La nostalgia di un futuro a misura d'uomo
Ciò che forse resta davvero del 2006 è lo sguardo sbarrato di Piero Fassino davanti alle telecamere. E’ notte inoltrata. Il segretario dei Ds – invecchiato di dieci anni in dieci ore – annuncia la vittoria dell’Unione con la voce monocorde e il volto scioccato di un dead man walking. A destra parlano di brogli. E quello che doveva essere il momento della rinascita si è trasformato nel primo atto di un logorante miglio verde del centrosinistra. Solo che a scriverne la trama non è stato Stephen King. Bensì un più prosaico Clemente Mastella.
In un apprezzabile slancio di cambiamento, il buon Nathan Fake ha fatto armi e bagagli per lasciare il suo orticello dream pop e trasferirsi – metaforicamente – a Ibiza. L’ultimo disco, “Hard island”, uscito quest’anno, è infatti un incessante martellamento trance in quattro quarti. Il risultato è buono, anche se manca quel senso di meraviglia e magia che era l’ossatura sulla quale si reggeva invece “Drowning in a sea of love”.
Che, all’inizio, pareva proprio un capolavoro pop mancato. Le trame strumentali di Fake dosavano talmente bene pennellate shoegaze e tinte idm che era davvero un peccato che non ci fosse una voce a coronare il romanticismo post moderno di questi pezzi. Un po’ come sentire Aphex Twin rifare i Radio Dept. o i My Bloody Valentine e non trovare quei ritornelli da epica underground. Alla lunga però l’album si dimostra perfetto come colonna sonora di un film personalissimo che ognuno può girare tra cuore e cervello. Per musicare le nostalgie di un futuro a misura d’uomo che, probabilmente, non vivremo mai.
Colonna sonora: Nathan Fake, “Long sunny”
(Nelle puntate precedenti: 2000 – Deftones, “White pony”; 2001 – Giardini di Mirò, “Rise and fall of academic drifting”; 2002 – The Notwist, “Neon golden”; 2003 – Broken Social Scene, “You forgot it in people”, 2004 – The Radio Dept., “Lesser matters”; 2005 – Yuppie Flu, “Toast masters”)

Europe is different
Nel 2005 il centrosinistra stravince alle elezioni regionali. Gli episodi più clamorosi sono quelli del Lazio e della Puglia. Piero Marrazzo e Nichi Vendola battono a sorpresa i presidenti uscenti, Francesco Storace e Raffaele Fitto, e diventano le stelle del nuovismo etico dell’Ulivo. Silvio Berlusconi è dato ormai per spacciato e a sinistra già parlano come se dovessero governare per i prossimi vent’anni. Buffo vedere come la storia sia proseguita in un modo molto diverso da come queste persone l’avevano immaginata.
Visto che Pitchfork ha dato fiato alle trombe con l’ennesima, logorroica e prematura classifica dei duecento (200) dischi migliori e delle cinquecento (500) migliori canzoni del Duemila (della serie: mettiamo tutti per non scontentare nessuno), sono costretto ad accelerare il passo di questa rubrica per non finire fuori tempo massimo.
Ce ne sono di dischi, nel 2005. Antony and the Johnsons e il suo struggimento tragico e soul. Gli Offlaga Disco Pax e il loro socialismo tascabile e indietronico. I Baustelle e il trionfo della nuova canzone d’autore italiana. E poi loro, gli Yuppie Flu. “Toast masters” è un disco che non avevo ascoltato bene, ai tempi. Sbagliando. Perché è un atto d’amore e devozione all’indie rock, ai suoi miti – Pavement primi fra tutti, ma anche gli Strokes – e al suo immaginario. Ed è soprattutto un inno alla vita. “Now smile ’cause the pain is over“, canta Matteo Agostinelli ed è come se stesse parlando un po’ per tutti noi. A tutti noi. I suoni riprendono, ampificano, rinnovano quell’immediatezza pop che nel precedente “Days before the day” aveva trovato asilo nella sola “Food for the ants”. I testi sono slogan in cui ciascuno può ritrovare il proprio vissuto e rivedere positivamente ciò che prima, magari, sembrava un fallimento. Perché, come cantano nell’ultimo brano, l’Europa è un differente stato della mente. E perché se è vero che quando piove diluvia, è altrettanto vero che quando spunta il sole il mondo ci regala il suo sorriso migliore.
Colonna sonora: Yuppie Flu, “Glueing all the fragments”
(Nelle puntate precedenti: 2000 – Deftones, “White pony”; 2001 – Giardini di Mirò, “Rise and fall of academic drifting”; 2002 – The Notwist, “Neon golden”; 2003 – Broken Social Scene, “You forgot it in people”, 2004 – The Radio Dept., “Lesser matters”)
Proviamo a ripartire?
(Quanto è maledettamente bella questa canzone?)
Colonna sonora: The Black Heart Procession, “When you finish me”
Per un po’ questo blog sarà in pausa. O comunque avrà degli aggiornamenti molto sporadici. Le cose della vita.
State bene.
Colonna sonora: Micah P. Hinson, “Running scared”


