Teheran

Teheran

C’è tanta confusione intorno alle vicende iraniane. Ci sono quelli, come l’avvocatessa e scrittrice venezuelana-americana Eva Golinger, che sostengono che il movimento pro-Mousavi in realtà sia guidato dalla manina degli Stati Uniti. Ci sono quelli che invece sostengono che le manifestazioni a Teheran siano una controrivoluzione che punta a rovesciare il regime islamico e a instaurare la democrazia. E ci sono infine coloro che temono che, se arriverà la democrazia, l’Iran sprofonderà nel caos come in Afghanistan.

Da un paio di settimane sto seguendo per l’Ansa le manifestazioni degli studenti iraniani a Milano. Questi giovani temono la strumentalizzazione politica di ciò che fanno e non stanno spingendo per una rivoluzione, come si dice qui in Occidente. Mi hanno spiegato che l’obiettivo non è la democrazia. La democrazia non è qualcosa che puoi costruire da un giorno all’altro. L’unica cosa che chiedono in questo momento è la vittoria di Mousavi. Quindi il regime islamico continua a essere riconosciuto come legittimo. Tant’è che Mousavi è un musulmano che proseguirebbe il programma nucleare di Ahmadinejad e che manterrebbe nelle mani iraniane il controllo del petrolio. L’unica differenza è un atteggiamento più cauto e aperto nei confronti di Israele e dell’Occidente.

Se però il regime continuerà a spegnere brutalmente il dissenso i manifestanti potrebbero cambiare davvero obiettivo e puntare alla dissoluzione della Repubblica Islamica. Un dato che preoccupa molto coloro che detengono il potere. E che potrebbero spingere Ahmadinejad a farsi da parte per evitare problemi più grandi. Gli ultimi messaggi su Twitter parlano chiaro: “We promise civil war if Moussavi is touched”.

Colonna sonora: Scott Matthew, “White horse”

Se non ce l'hai nel sacco

Se non ce l'hai nel sacco

Gianfranco Fini che passa le giornate a prendere le distanze – ma non troppo – dal premier. Massimo D’Alema che quando parla non si capisce mai se il suo obiettivo è Berlusconi o il Partito Democratico. Dario Franceschini che grida vittoria dopo aver affossato il Pd sia come vice di Veltroni che come segretario ad interim – a destra hanno stappato champagne e mangiato mortadella alla sua salute, nonostante i due punti percentuali persi alle europee. I giovani del Pd che a loro volta per dare un segnale di discontinuità generazionale puntano sul sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, 61 anni (che poi rifiuta pure). I leghisti che intanto fanno i gradassi e già reclamano le regioni del nord Italia. I giornali inglesi che, dopo anni di articoli sul declino italiano dei quali non è mai fregato niente a nessuno, scoprono finalmente l’ebbrezza della pruriginosa politica italiana e ipotizzano dimissioni improbabili. Addirittura Roberto Recchioni, sceneggiatore di John Doe e Dylan Dog, si spinge più in là accostando, con un parallelismo di rara efficacia, la situazione politica attuale alla scena più trash della storia della televisione“Era solo un brutto sogno, Bobby!”.

Quante volte Silvio Berlusconi è stato dato per spacciato in questi ultimi quindici anni?

Colonna sonora: Afraid!, “Nirvana”

Black or white

Black or white

Non era semplicemente un ballerino strepitoso. Non era soltanto la più grande voce del Novecento. Era il Pop. Michael Jackson se ne va così. “Gone too soon”, recitava un pezzo di “Dangerous”. Aveva cinquant’anni ma il suo corpo mostrava crepe che andavano ben al di là della pelle candeggiata e del setto nasale ridotto a una lamina sottilissima di alluminio. Era totalmente pazzo. Storiaccie mai completamente chiarite di pedofilia, nonostante le sentenze di assoluzione. Quell’immagine terrificante di lui che tiene il figlio neonato al di là del balcone di un hotel, con i piedini di quel bambino che nuotavano nell’aria e il ghigno thriller di Jacko che si godeva la scena a favore dei fotografi – sarebbe stato un Joker ancora più sbandato e schizofrenico di Ledger, a pensarci bene. E quegli album di merda che ha inciso negli anni Novanta, iper prodotti, iper costosi, iper vuoti. Tentava di interpretare ancora i segni dei tempi, Michael, ma non c’era più Quincy Jones al suo fianco e ormai Kurt Cobain aveva preso a calci tutto ciò che non era disperazione, distorsione, contestazione.

Ricordo ancora quanto invidiavo i miei compagni di scuola media che riuscivano a fare quel passo tamarro all’indietro – io mi limitavo a sbattere le braccia su e giù sperando di confondere le idee agli altri e passare per un ballerino coordinato. Ricordo quando faceva quegli stacchi toccandosi ripetutamente la minchia, come se quel gesto – assieme ai fintissimi matrimoni combinati – riuscisse a rendere maschio e testosteronico un tizio che in realtà era un efebico e irriducibile peter pan.

Ricordo la sua voce, davvero unica al mondo. Nessuno riusciva e riuscirà a modulare le corde vocali come faceva lui. La sua voce si stirava e contraeva, si addolciva e incattiviva, seduceva e disturbava. Così come le canzoni. “Thriller” resta un esempio sublime di pop music, il termine di paragone irraggiungibile per chiunque voglia parlare alle masse senza offendere la loro intelligenza.

“Dangerous” fu il primo album di musica da grandi che misi in contrapposizione a quello che ascoltavano i miei genitori. Avevo dieci anni quando lo comprai. Fu il mio primo atto di autodeterminazione come individuo.

Incredibile che se ne sia andato così. Stava organizzando il tour del rientro. Molti temevano che il suo moonwalk sarebbe risultato pacchiano alle soglie del 2010. Non lo sapremo mai.

Colonna sonora: Michael Jackson, “Gone too soon”

L'agente Betulla

L'agente Betulla

Ci mancava solo questo tizio, a dare lezioni di moralità. Oggi Renato Farina, dalle colonne di “Libero”, paragona la strategia politica del Pd alle Brigate Rosse. Testuale: “Il paragone non è tanto casuale, anche riguardo alla tentazione eversiva”. E alla fine: “Sanno fare solo quello: giornalismo e politica come safari, dove non c’è da abbattere bestie ma uomini ridotti a selvaggina dei loro golpe. (…) Forse ci funzionerà poco l’attrezzo, ma gli attributi ce li abbiamo e forse persino cervello e coscienza“.

Sul cervello non mi esprimo, ma sulla coscienza dell’onorevole Renato Farina avanzo qualche dubbio. Uno che è stato radiato dall’ordine dei giornalisti per aver pubblicato notizie false e per aver raccolto informazioni sotto richiesta (e pagamento) dei servizi segreti credo che non abbia i titoli per accusare qualcuno di tentazioni eversive. La decenza è cosa rara davvero.

Colonna sonora: Clues, “Perfect fit”

Like the sunshine

Like the sunshine

I Korgis magari neanche se l’aspettavano. Ma il lentone da ultimo ballo al liceo “Everybody’s gonna learn sometime” sta diventando la canzone più coverizzata della storia. O quantomeno è sulla buona strada. All’inarrivabile versione di Beck e a quella provinciale-piccina-picciò di Sugar Fornaciari si aggiunge ora quella targata The Field, contenuta nel nuovo “Yesterday and today”.

Che, per inciso, è il disco che non è riuscito a Nathan Fake. Melodico, moderno, ballabile. “Everybody” ha la cassa dimezzata e atmosfere a disegnare grattacieli postmoderni come il Vangelis della colonna sonora di “Blade runner”. Il resto è un trionfo di ritmi rigidamente squadrati e tastiere suonate come chitarre shoegaze. Trance, techno minimale, house intelligente. Chiamatelo come vi pare, ma The Field è molto di più.

Colonna sonora: The Field, “Love vs. distance”

Da tempo sto pensando di iscrivermi a Facebook. Nonostante tutte le ambiguità e le controversie su privacy e regolamenti vari. Oggi però mi è arrivata un’email proprio dal social network. L’oggetto era tutto un programma: “Ricorda: 7  dei tuoi amici ti hanno invitato ad iscriverti a Facebook…”.

Notare l’imperativo – Ricorda – e i puntini di sospensione finali. Come dire: sappiamo chi sei e dove abiti…

Ho innalzato quindi uno slanciatissimo dito medio – gesto inossidabilmente 1.0 – dedicandolo a Mark Zuckerberg, ideatore di Facebook. Così, tanto per vedere l’effetto che fa.

Colonna sonora: Sonic Youth, “Sacred trickster”

Alan Moore l'aveva detto in tempi non sospetti (foto: Agentfenris - Flickr)

Alan Moore l'aveva detto in tempi non sospetti (foto: Agentfenris - Flickr)

Probabilmente al governo fanno finta di non capire che cosa sta succedendo. Non basta dire che le ronde sono formate da persone non armate e non riconducibili a partiti o sindacati. L’esempio della guardia neofascista promossa da Gaetano Saya è eloquente. Come lo è d’altronde l’iconografia rappresentata dalla discutibile scelta di chiamare camice verdi i volontari leghisti. Siamo di fronte a uno scenario da assedio costante. Neanche vivessimo in un narco-stato.

Eccitare gli animi peggiori con una campagna martellante sulla sicurezza è rischioso per lo stato di diritto perché non si sa come la gente potrà interpretare la parola “ronde”, a prescindere da cosa prevederà davvero il decreto. Questa foga del governo è allora pericolosa come maneggiare un cilindro di dinamite con una miccia troppo corta. Pensi che con questo esplosivo in mano nessuno ti potrà minacciare. Peccato che se l’accendi le conseguenze saranno fatali per te, prima ancora che per gli altri. Non sarebbe bello sentire puzza di ricino.

Colonna sonora: Mojomatics, “Don’t believe me when I’m high”

Non ho ancora capito a che cosa serva realmente Twitter. Probabilmente a nulla.  In ogni caso, l’Ottimismo, fratello minore di “Rock, politica e pessimismo”, è ufficialmente partito. Pop, reality e ottimismo racchiusi in sole 140 battute. Perché l’ottimismo è il profumo della vita.

Colonna sonora: Soundgarden, “Kickstand”

"Mi si nota di più se dico che è un monarca o uno statista?"

"Mi si nota di più se dico che è un monarca o uno statista?"


Passata quella che doveva essere la fine del mondo, resta sul campo il senso strisciante di paranoia che l’avvento di Berlusconi ha provocato in tutti questi anni nel centrosinistra. Ogni mossa viene analizzata nei minimi dettagli in base al berluscometro: “così facendo toglieremo voti a Berlusconi o gliene daremo?”, variante democratica della vecchia massima morettiana “mi si nota di più se vado alla festa o se non ci vado?“.

Berlusconi antidemocratico, dice Di Pietro? Giammai, risponde il Pd, con l’antiberlusconismo non andremo da nessuna parte. Salvo poi fare una campagna elettorale con un quesito semplice semplice: “Monarchia o Repubblica? Pensaci bene“. Non si capiva se il monarca fosse Silvio o quell’altro che è stato trombato alle europee. Nel dubbio, uno faceva gli scongiuri.

Il culmine della paranoia, però, è stato raggiunto da una lettera surreale di un lettore dell’Espresso. Cito: “possibile che non abbiate ancora capito che fate solo il gioco di Berlusconi, mettendo in risalto le sue malefatte? (…) Volete fargli del male? Dite che è onesto, che non “ce l’ha duro”, che con Noemi è andata bianca e allora sì che crolleranno i suoi estimatori“.

Questo spiega perché gli esponenti del Pd sudino freddo quando parlano. La paura è che quello che dicono venga interpretato come una delegittimazione o una legittimazione di Berlusconi. In entrambi i casi infatti, dicono gli esperti, il Caimano vincerebbe.

Ma è un falso dilemma tipico dei paranoici. Perché in realtà basterebbe dire cose ragionevoli. Un esempio: Berlusconi dovrebbe dimettersi dopo il caso Mills. Non chiedere le dimissioni per paura di compattare l’elettorato di centrodestra in difesa di Berlusconi porta proprio a questo risultato: compattare l’elettorato in difesa di Berlusconi. Perché in questo modo si dà l’impressione di essere in malafede e che quella contro il premier è una congiura che non si basa su prove concrete.

Di questo passo non basterà certo una Serracchiani per guarire dalla sindrome da Berlusconi.

Colonna sonora: Radiohead, “Paranoid android”

I riverberi di Reverberi

La grammatica dei riverberi

(Nelle puntate precedenti: 2000 – Deftones, “White pony”)

Nel 2001 viene ammazzato un manifestante durante il G8 di Genova. Altri vengono torturati senza che nessuno farà mai un minuto di carcere per questo. Oltreoceano cadono le due torri gemelle. Comincia, insomma, quella catena di eventi che avrebbe reso il mondo un posto dominato dalla paranoia e il decennio appena cominciato qualcosa di simile a una lunga, tortuosa e snervante seduta dall’analista. Un analista di nome George W. Bush.

La musica sembra subodorare i guai in arrivo. Tra i Tool di “Lateralus” e i Lali Puna di “Scary world theory” ciò che emerge è qualcosa che Luca Raffaelli di Repubblica definirebbe un cortocircuito totale tra l’uomo e la società. Peccato non parlarne, perché questi due dischi meritano. Nella galleria di Millennium Bug, però, alla fine ho optato per “Rise and fall of academic drifting” dei Giardini di Mirò. Band italiana, dunque. Quella che ha importato il suono-Mogwai nel nostro paese. Che ha insegnato la grammatica dei riverberi a tanti. Che ha sfornato uno dei pezzi più belli della storia (non solo del post rock): quella “Pet life saver” cantata da Matteo Agostinelli degli Yuppie Flu che è un capolavoro di melodia, emotività e mestizia. La ricetta è la solita – chitarre in delay, ritmi lenti, crescendo epici, tonnellate di malinconia. Ciò che conta, però, è come sono usati gli ingredienti. Ovvero, il talento.

Colonna sonora: Giardini di Mirò, “Pet life saver”

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